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A San Pellegrino in Alpe il confine non era una linea, ma un malinteso.
Passava in mezzo alla piazza, tagliava l’osteria in due (il bancone in Emilia, i tavoli in Toscana) e divideva persino i santi del calendario: San Pellegrino festeggiato due volte, con processione corta da una parte e lunga dall’altra, a seconda di dove pioveva di più.
Il delitto arrivò di martedì, che è il giorno meno indicato per morire, perché nessuno se lo ricorda mai.
Lo scoprì per primo Gino Balocchi, giornalista del Corriere dell’Alpe e delle Cose Perse, mentre stava facendo la sua inchiesta più rischiosa dell’anno: capire chi avesse finito il lambrusco senza segnalarlo sul quaderno del Dopolavoro Ferroviario, pur non essendoci ferrovie nel raggio di cinquanta chilometri.
Gino era un uomo che scriveva come beveva: troppo, ma con stile. Portava sempre con sé un taccuino unto di salame, una biro che funzionava solo se minacciata, e un impermeabile che odorava di nebbia anche ad agosto. Aveva visto tutto, raccontato quasi tutto, e capito solo quello che gli conveniva.
Stava tornando a casa barcollando con dignità giornalistica quando notò qualcosa di stonato accanto al monumento ai Caduti (emiliani da una parte, toscani dall’altra, con lapidi che non si guardavano).
Era un corpo.
Un corpo decisamente troppo morto per gli standard locali.
A San Pellegrino gli omicidi erano concettuali: si ammazzavano le serate, le promesse, i polli durante la festa patronale. Ma persone, no. Al massimo si perdevano nel bosco e tornavano tre giorni dopo con una storia migliore.
Gino si avvicinò, si tolse il cappello per rispetto, poi lo rimise per freddo, poi lo tolse di nuovo perché gli sembrava scortese.
«Questa,» mormorò prendendo appunti, «non è una questione di sconfinamento bestiame.»
Nel frattempo, dall’altro lato del confine invisibile, il commissario Ermete Passalacqua stava compilando il modulo 38/Bis: Contesa tra capre recidive. Era il suo campo. Il suo habitat naturale. Un uomo che aveva fatto carriera separando mucche litigiose e convincendo galline emiliane a deporre uova in Toscana senza creare incidenti diplomatici.
Quando gli dissero che c’era stato un omicidio, chiese se l’omicidio avesse oltrepassato il confine comunale.
«È lì fermo,» gli risposero. «Non si è mosso.»
Il commissario sospirò.
Non era preparato.
Non aveva nemmeno il cappotto giusto.
Gino Balocchi, invece, aveva già capito una cosa fondamentale:
a San Pellegrino in Alpe nessuno uccide senza un motivo.
E se il motivo non si vede, probabilmente è nascosto sotto un tavolo da briscola, tra una bevuta colossale e una bugia raccontata troppo bene.
E il mese era appena cominciato.